Della disubbidienza della regina Amata agli dei e della sua sconfitta.

 

Virgilio nell’Eneide narra che nel Lazio regnava in pace l’anziano Latino con sua moglie Amata. Non avendo eredi maschi,  avevano riposto le speranze di salvare il regno nel matrimonio della figlia Lavinia con Turno, il re dei Rutili.

Ma gli dei, così almeno narra Virgilio, ci misero lo zampino, predicendo a Latino che un eroe straniero sarebbe stato suo genero e avrebbe ereditato il regno.  E quando Enea sbarcò sulla costa del Lazio, Latino pensò che la predizione si  avverava e si dichiarò favorevole al matrimonio con lo straniero.

La madre Amata è di tutt’altra opinione e, a difesa della figlia e della parola data, continua a sostenere Turno.

Tutto forse avrebbe potuto appianarsi se gli dei  non si fossero impicciati delle cose terrene. Invece… apriti cielo! Da una parte Venere con Giove che tuona e lancia dardi dal cielo, dall’altra Giunone che invia ad Amata una delle Furie, Aletto che “una serpe in seno le avventò, che entrò poscia al core”.

E scoppiò la guerra. Tutto il Lazio è in armi e lo scontro avviene in tutta la sua crudeltà, con atti di eroismo e di sacrificio da ambo le parti e con gli dei che alternativamente e spudoratamente intervengono a favore dei loro protetti.

Nello scontro aperto tra le forze rivali, Amata credendo che Turno sia stato ucciso, “si strappa i purpurei vestiti e con nodo di orribile morte lega il collo ad un’alta trave”.

Ma il duello decisivo avverrà tra Turno ed Enea, ma non sarà uno duello umano: interverranno di nuovo gli dei, e Giove intorpidirà le membra di Turno che intuisce il fato avverso e pri-ma di soccombere lancia ad Enea l’ultima sfida:

“Non mi atterriscono le tue parole,

ma l’aver nemiciGiove e gli dei”

 

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Lucrezia e Sestio Tarquinio (ovvero  la  bella e la bestia)

 

Racconta Livio che durante l’assedio romano ad Ardea nella tenda di Sesto Tarquinio, figlio del Superbo, il discorso cadde sulle mogli e ciascuno diceva mirabilia della propria. La discussione si fece accesa e Collatino affermò che nessuna donna poteva tener testa alla sua Lucrezia: “Saltiamo a cavallo e verifichiamo la condotta delle nostre spose?”  Ebbri di vino, giunsero  prima a Roma e trovarono le nuore del re nel pieno di un festino, poi alla casa di Collatino dove invece Lucrezia lavorava le sue lane insieme alle ancelle. Il marito vincitore invitò a cena i giovani principi. Fu allora che il Tarquinio, provocato dalla bellezza e dalla castità della donna, fu preso dalla insana smania di averla a tutti i costi.  Qualche giorno dopo infatti, tornò alla casa e quando capì che tutti dormivano sguainata la spada entrò nella stanza di Lucrezia e iniziò a dichiararle il suo amore, alternando suppliche a minacce. Ma vedendo che Lucrezia non cedeva le disse che, dopo averla uccisa, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe messo nudo nel letto, in modo che si dicesse che era stata uccisa nell'adulterio.

Non la paura della morte, ma quella del disonore vinse la donna che, chiamati il padre e il marito, così parlò: “Nel tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un altro uomo: Sesto Tarquinio ieri notte con la forza ha abusato di me: il mio corpo è stato violato, ma il mio cuore è puro e te lo proverò con la morte. Fate sì che anche lui debba espiare…” e afferrato un coltello che nascondeva sotto la veste, se lo piantò nel cuore, tra le urla del marito e del padre.

Come il fatto si seppe a Roma, il popolo insorse e fu la fine della monarchia. 

 

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Marzia: gli usi e i costumi cambiano, di conseguenza le leggi… (acciderba se cambiano!)

 

Oggi quello che combinarono due importanti personalità pubbliche del I° secolo a:C., Catone l’Uticense e il suo amico Ortensio farebbe rizzare i capelli e certo qualcuno finirebbe in galera. Narra Plutarco che Ortensio, uomo stimato e di buon carattere, desiderava essere qualcosa di più di un compagno per Catone e voleva stringere con lui un vincolo di parentela.  Perciò cercò di persuaderlo a dargli in moglie la figlia Porcia, benché costei fosse già sposata e con due figli, quasi che volesse anch’egli seminare in quella terra fertile.  Sosteneva che se pure una cosa del genere poteva apparire strana, dal punto di vista della natura era cosa giusta e fosse giovevole alla collettività che una donna in pieno fiore non restasse inattiva fino allo spegnimento della sua capacità generativa … In ogni caso, qualora il marito di Porzia fosse troppo attaccato alla moglie, assicurava che l’avrebbe restituita non appena gli avesse dato un figlio. Catone rispose che provava per lui grande affetto e che gli sarebbe piaciuto che vi fosse tra loro un vincolo di parentela, ma gli pareva fuori luogo che gli chiedesse in sposa la figlia già maritata ad un altro. Ortensio non si arrese e chiese allora apertamente in moglie la sposa di Catone, Marzia, che era ancora abbastanza giovane per avere dei figli. 

Si sa che Catone, ottenuto il consenso del suocero, accolse la richiesta.  Di come la pensasse Marzia non si fa cenno … E così Ortensio sposò Marzia, che tra l’altro era già incinta (di Catone), e gli diede due figli. Per circa 14 anni durò questa situazione, poi alla morte di Ortensio Marzia risposò Catone.

Dante incontrando Catone nel purgatorio gli fa dire:  

"Marzia piacque tanto alli occhi miei

che quante grazie volse da me, fei".

 

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Orazia: “Dulce et decorum est pro patria mori?”

 

Tito Livio narra che conclusasi la disputa tra Roma e Alba per una duplice razzia di bestiame con il duello tra Orazi e Curiazi, dove due fratelli romani persero la vita prima che il terzo riuscisse ad uccidere uno dopo l’altro i tre fratelli di Alba,   avvenne un fatto increscioso.

Una giovane romana di nome Orazia, mentre tutta Roma festeggiava la vittoria, vedendo sulla spalle di suo fratello, il superstite nello scontro con i Curiazi, “la mantella che lei stessa aveva confezionato per il fidanzato, si sciolse i capelli e in lacrime ripeté il nome del caduto. Il suo pianto irritò il fratello che, estratta la spada, trafisse la sorella rivolgendole  queste parole: “Vattene con il tuo inopportuno amore, vattene dal tuo fidanzato, tu che dimentichi sia i tuoi fratelli morti che quello vivo e addirittura la tua patria. Possa così morire ogni romana che piangerà il nemico.”

Il giovane fu portato comunque di fronte al re per essere processato. Questi, non volendosi assumere l'intera responsabilità di una sentenza così penosa e impopolare, nominò una … commissione che emise un giudizio di colpevolezza. Ma il re intervenne e suggerì al giovane di ricorrere in … appello. Il dibattito si svolse di fronte al popolo e la gente fu particolarmente influenzata dalla testimonianza del padre di Orazio, il quale sostenne che l’uccisione della figlia era giusta e legittima. Poi esclamò: “Questo mio figlio che poco fa avete ammirato per la vittoria riportata, lo vorreste vedere legato e fustigato sotto una forca?  A malapena gli stessi Albani  riuscirebbero a tollerare una simile vista.”  Il popolo, conclude Livio, fu incapace di resistere alle parole del padre e mandò assolto Orazio per la prodezza dimostrata di fronte al nemico.